Tommaso il gemello diverso

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Nel vangelo della seconda domenica di pasqua si parla ancora delle apparizioni del risorto ai discepoli, ma anche a noi. “Venne Gesù e stette in mezzo a loro” (Gv 20,19) significa che quando Gesù viene, in realtà, si manifesta come già presente in mezzo a loro. Gesù risorto è sempre lì con i discepoli sono loro (e noi) che non riescono a identificarlo. Come lo si può riconoscere?

Il primo step da superare è la paura di incontrarlo. I discepoli infatti non hanno solo paura dei giudei, che forse li stanno cercando per ucciderli come hanno fatto con Gesù, ma quando cominciano ad arrivare i primi annunci della risurrezione hanno paura anche di Gesù. Sì perchè se lui è risorto, allora è tutto vero quello che ha detto e sopratutto come valuterà il fatto che tutti lo hanno abbandonato proprio nel momento cruciale? Se adesso viene e ci punisce?

Gesù conosce bene le dinamiche del cuore umano, per questo la prima parola che rivolge ai discepoli è “pace a voi” che significa “non abbiate paura, non vengo per punirvi, per rinfacciarvi quello che non avete fatto, anche perché io lo avevo predetto” (Mc 26,31).

E poi trovamo la figura di Tommaso “chiamato Dìdimo” che significa “gemello”. Tommaso, come indica la simbologia dei gemelli, incarna alla perfezione la figura del passaggio dalla sfiducia e dalla pretesa alla fede e all’accoglienza incondizionata di Gesù.

Non è presente durante la prima apparizione e non si fida della parola dei suoi amici che gli dicono di averlo incontrato. Mette delle clausole ben precise: vuole che Gesù sottostia alle condizioni di verifica che lui ha stabilito: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25).

Una settimana dopo, Gesù si rende nuovamente presente e prende decisamente l’iniziativa: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco e non essere incredulo ma credente!” (Gv 20,26). È una scena tutta dominata dalla parola di Gesù che si fa addirittura imperiosa. E qui Tommaso capisce, letteralmente vede, quello che non era riuscito a vedere prima. Ciò che conta non è verificare con i propri criteri ma entrare in una relazione: con i propri amici e con la Parola di Gesù. È infatti ascoltare la sua parola che alla fine lo convince e non la verifica ‘empirica’ che lui aveva stabilito. Quando mai possiamo pensare di conoscere l’altro, di sapere chi è, delimitandolo, ‘toccandolo’, assognadogli noi dei limiti? È un’esperienza impossibile per i mortali figuriamoci per il risorto…

Tommaso ascolta finalmente la parola e crede. Per questo Gesù conclude il brano affermando che sono più felici coloro che “non hanno visto e hanno creduto”. Sta parlando di noi, delle generazioni successive alle prime e uniche apparizioni. Anche noi possiamo incontrarlo risorto e presente “in mezzo a noi” ed anche “vederlo”. Ma tutto questo ora accade tramite la sua parola e i “segni che sono stati scritti perchè crediate che Gesù è il Crsito, il Figlio di Dio, e perchè, credendo, abbiate la vita nel suo nome”(Gv 20,31).

Marco Tibaldi teologo, direttore Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bologna