Commento al vangelo della domenica (III quaresima): Gesù e la samaritana

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Gesù si sposta tra un luogo e l’altro della sua terra per incontrare gli uomini, ha sete di incontrare le persone e questa sete lo porta a fermarsi anche in una terra come la Samaria, abitata da gente idolatra, con cui un bravo israelita non ha niente a che fare. Il pozzo è il luogo a cui si va per dissetarsi, e il racconto è tutto giocato sul desiderio dell’acqua, perché ci sono due tipi di acqua che dissetano la vita dell’uomo, una è quella fisica che tutti ben conosciamo e che sazia l’arsura del corpo, senza acqua non possiamo vivere molto a lungo, è una necessità vitale che si fa massima negli orari di maggior calore. Ma c’è un’altra sete altrettanto profonda e a volte ancor di più, che è quella sete interiore di quando ci sentiamo vuoti, nei mezzogiorni della nostra vita, i momenti di massimo prosciugamento dalle fatiche dell’esistenza in cui ci sembra di non farcela a proseguire il cammino. C’è un equivoco infatti nella conversazione tra i due, tutto giocato su questo tema della sete: la donna può appagare la sete fisica del Maestro come pure la propria sete, ma c’è una sete più profonda nel cuore dell’uomo che è quel bisogno di capirci qualcosa, di trovare un senso, di venire a capo dei nodi aggrovigliati della nostra esistenza, una sete che si fa solitudine e dolore quando non troviamo le risposte che cerchiamo nel nostro cammino, e che la donna certamente ben conosce, frutto della propria storia segnata dal peccato. Quella sete profonda di qualcuno che ci sia Amico, che ci sia accanto come aiuto a trovare un senso per la nostra storia.

Gesù Maestro si fa bisognoso di acqua nei confronti della donna non perché non riesca a pigliarsela da solo dal pozzo, ma per poterla incontrare, perché riconosce nell’animo della donna una sete profonda, rispecchiarsi nella propria sete di incontrare le persone, di saziarle con il dono della Parola, di aiutarle a incontrare Dio come amico dell’uomo e non giudice severo, un Padre che dona un senso al nostro cammino e rinnova la nostra speranza. Gesù è totalmente abitato dalla sete di donare la buona notizia agli uomini, di riversare il suo amore nella donna samaritana ferita, e allora si fa bisognoso di acqua perché ha scelto di entrare così nella vita degli uomini, in modo mite, senza imporsi ma facendosi bisognoso di tutto, proprio come ha fatto con i propri genitori, con la madre Maria da cui è dipeso per tutti i primi anni di vita.

L’equivoco sta nel comprendere qual è l’acqua che davvero disseta, perché se uno incontra quest’acqua della Parola che viene dall’alto, essa zampilla e disseta senza cessare mai, sazia non il corpo ma il cuore dell’uomo assetato di vita, di relazioni piene, solo quando sono in una relazione viva con qualcuno mi sento pienamente vivo. La donna si illumina perché Gesù ha messo in luce il desiderio profondo del proprio cuore, ma riconosce di non essere degna di questo dono perché irregolare e peccatrice, Gesù però le toglie gli scrupoli perché proprio per i peccatori è venuto, non per quelli che sono sazi e già a posto con la propria coscienza, di certo essi non hanno sete di una parola viva.

La donna colpita dalle parole del Maestro corre al villaggio per chiamare altri, è il segno chiaro che la buona notizia l’ha raggiunta profondamente e ha messo in moto la conversione del cuore, il cambiamento di orizzonti dal guardare solo a me stesso, quindi ad una realtà peccatrice, al volgersi verso Cristo, il Salvatore venuto proprio per noi, ad abbracciarci quando ancora siamo peccatori, a portarci la buona notizia che la salvezza è Lui, l’amico degli uomini. La samaritana corre perché l’annuncio della parola l’ha rimessa in moto, l’ha rimessa in gioco nel mondo delle relazioni umane che prima evitava per paura del giudizio altrui, ora invece corre perché è stata toccata personalmente e quando abbiamo incontrato il Signore della vita subito siamo investiti in pieno dal desiderio di diventare comunicatori della buona notizia agli altri.

L’incontro con la samaritana è avvento al Pozzo di Giacobbe. Anche lui ha fatto un’esperienza simile alla samaritana. Giacobbe aveva fregato la primogenitura al fratello Esaù con la complicità per giunta della madre. Il fratello vuole vendicarsi e lui deve fuggire. Mentre sta andando verso Carran in fuga dal fratello e dalla propria verità, si ferma in una località Betel dove ha un sogno: “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo: ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa” (Gen 28,12). Giacobbe capisce che nonostante tutte le sue malefatte, Dio gli ha accordato la sua benedizione, perché Dio, non sceglie i migliori, ma ha come una sorta di predilezione per gli irregolari, perché sa che sono le persone che soffrono di più. Lui, come molti secoli dopo la samaritana, fanno la stessa sconvolgente esperienza: “Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo” (Gen 28,16).

Marco Tibaldi, teologo, direttore Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bologna