La cattura di Cristo nell’orto

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La cattura di Cristo nell'orto, Caravaggio, 1602, National Gallery Dublino
La cattura di Cristo nell’orto, Caravaggio, 1602, National Gallery Dublino

Nella puntata del 16/04/2019 della trasmissione i Capolavori dell’arte italiana su Radio Maria ho preso in esame l’opera di Caravaggio dedicata all’arresto di Cristo nell’orto degli ulivi, realizzata nel 1602, mentre il Merisi era ospite del cardinale Girolamo Mattei. Il dipinto si trova ora esposto alla National Gallery di Dublino, grazie alla generosità della locale comunità dei gesuiti che, dopo fortunose vicende, ne avevano ricevuto in dono la proprietà.

Per stendere queste note mi sono servito principalmente dell’ottimo studio di Luca Frigerio, Caravaggio. La luce e le tenebre, Ancora Milano 2010, con prefazione di Timothy Verdon. Ne offro una presentazione per punti, nell’intento di offrire alcuni spunti di riflessione /meditazione per cogliere in pienezza la simbologia religiosa espressa dal dipinto e dal suo autore.

Nel quadro possiamo riconoscere tre tipi di personaggi. Il gruppo formato da Gesù e Giuda, i soldati con in mezzo un giovane che tiene in mano una lanterna e un personaggio alle spalle di Gesù con le mani alzate e la bocca spalancata.

Ciò che subito colpisce, osservando Gesù e Giuda è la relazione tra i due raffigurata dal Caravaggio. Giuda fissa con il suo sguardo Gesù nel momento in cui sta avvicinando la sua bocca alla guancia del maestro per dare il segnale convenuto. Sembra interrogarlo come per attendere un suo discorso, una sua presa di posizione, una spiegazione di quanto sta avvenendo. Gesù resta in silenzio un poco scostato da Giuda non per disgusto, ma per mettere in luce tutta pietà e la compassione che il comportamento di uno dei suoi gli ispira. Gesù ora tace, solo accoglie il traditore con una dolce apostrofe: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo”, confermando così quanto aveva detto a tutti i suoi e a Giuda in modo particolare nel cenacolo: “prendete e mangiate… prendete e bevete” parole che dichiarano attraverso la consacrazione del pane e del vino la sua disponibilità a fare qualsiasi cosa pur di dimostrare tutto il suo amore, la sua, letterale, “passione” per i discepoli, come per ognuno di noi. Giuda ha potuto ricevere questa buona notizia in modo personale, nell’intimità di un colloquio che gli altri discepoli non hanno udito. Eppure questo non è stato sufficiente per bloccare il suo progetto ‘demoniaco’ di riprendere in mano la propria vita e di non fidarsi più del maestro, del suo modo di essere il Messia.

Il Giuda di Caravaggio non ha il volto stravolto dal male come spesso viene raffigurato nell’iconografia tradizionale, come ad esempio di può vedere nell’ultima cena di Leonardo. È solo un uomo che ha deciso di fidarsi del nemico della natura umana, del ‘separatore’, del divisore, e questo lo fa sprofondare in quel vuoto interiore di cui sono espressione i suoi occhi spenti. Alcuni elementi della tradizione iconografica del traditore sono comunque ripresi nel suo volto venato del rossore che la tradizione attribuisce ai capelli del traditore, così come la sua vesta gialla che richiama il colore del tradimento, come si vede ad esempio nel bacio di Giuda raffigurato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Giuda poi abbraccia Gesù con il braccio ‘sinistro’ anch’esso simbolo del tradimento, mentre Gesù ha le mani incrociate segno della tristezza interiore che il contesto gli sta procurando.

Al centro della scena campeggiano i soldati: quello raffigurato con più precisione è un ufficiale dotato di una ricca armatura, con i finimenti bordati di oro, sotto cui però si può già intravedere un filo di ruggine, come a dichiarare l’inefficacia della violenza come chiave di risoluzione dei conflitti. In mezzo ai soldati il personaggio che tiene in mano la lanterna. Le dita che sorreggono il filo della lampada sono nella stessa posizione che ha il pittore quando impugna il pennello. Infatti questo personaggio ha lo stesso volto di Caravaggio, che entra così anche ‘fisicamente’ nella scena che vuole rappresentare e a cui sta partecipando con intima commozione. Il suo volto a differenza di quello di Giuda è illuminato, i suoi occhi vivi, il volto teso all’osservazione del scena, secondo quelle indicazioni spirituali che Sant’Ignazio, solo pochi decenni prima, aveva dato nei suoi esercizi. Qui si dice che colui che contempla le scene evangeliche deve immaginarsi di essere presente agli episodi raccontati come se fosse lì, coinvolgendo tutti i propri sensi. In questo modo si possono condividere i sentimenti e gli stai d’animo dei personaggi rappresentati e li si può applicare alla propria vita.

Da ultimo il personaggio che letteralmente sta volgendo le spalle e Gesù, che la tradizione iconografica identifica nel discepolo amato: Giovanni, colui che forse più di tutti ha condiviso l’intimo sentire del maestro. La sua fuga precipitosa è forse ancora più dolorosa del rifiuto di Giuda: “proprio tu l’amico e il confidente…” come dice il salmista parlando del dolore provocato dal tradimento dell’amico. Eppure in tanta desolazione in filigrana occhieggia la buona notizia. Tutto il male che si sta riversando su Gesù non gli impedisce di andare avanti nel progetto di far vedere che nessuna delusione, nessuna paura lo ferma nel volere realizzare la nuova ed eterna alleanza con noi, vincendo tutte le paure che ci impediscono di vivere la relazione con Dio e con il fratello e con cui in Nemico ci tiene schiavi (Eb 2,14-15).

Giovanni che ora fugge, nell’omonimo vangelo, viene però poi fatto ritornare sotto la croce, per ricevere in dono Maria e per far capire a Gesù morente che forse non tutto è perduto, che nel seme che muove si preannuncia la pianta rigogliosa che germoglierà tra poco.