Ecco l’articolo che ho fatto per l’Osservatore Romano (8/08/26, p.7) sulla mostra di Miao Ying al Museo di arte contemporanea Belvedere 21 di Vienna
Il sottotitolo della recente enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas recita Sulla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Ci sono infatti delle scoperte scientifiche e tecnologiche che non solo possono produrre effetti positivi o negativi sulle attività umane, ma che possono arrivare a mutare la natura stessa della persona umana. Si pensi agli sviluppi della biologia ad esempio, su cui si è arrivati ad un tacito accordo per evitare sperimentazioni che vadano a toccar l’essenza stessa della natura umana. Non è così per l’intelligenza artificiale che si presenta, ad uno sguardo superficiale, come una tecnica innocua, che può portare solo benefici positivi in termini di efficienza e produttività nella ricerca quanto nella vita di ogni giorno. L’invito del Pontefice non va in questa direzione, avendo messo in luce il pericolo insito nel cuore stesso di questa tecnologia, di poter stravolgere i nuclei costitutivi della persona umana. Di questo si è accorta, non da oggi, l’artista cinese Miao Ying nata a Shangai, uno dei maggiori esponenti internazionali della visual art, che ha inaugurato una importante opera nel museo di arte contemporanea Belvedere 21 di Vienna, visitabile dal 10 luglio al 4 ottobre 2026. La mostra si intitola significativamente Come, Sit, Stay in quanto riprende i termini standard dell’addestramento canino. Con ironia, l’autrice intende far riflettere su come vogliamo addestrare l’intelligenza artificiale, ben sapendo che ad essa, come già sta accadendo, possono essere delegate funzioni e scelte che fino ad ora erano appannaggio esclusivo della persona. Quello che l‘artista è riuscita a mettere in campo è il paradosso centrale che le tecnologie afferenti all’IA pongono, ovvero la sciagurata possibilità che l’uomo decida di abdicare ad alcune funzioni costitutive della sua essenza, come la libertà o la scelta del prendersi cura dell’altro nelle sue molteplici forme.
L’opera è fortemente immersiva per favorire il coinvolgimento del visitatore. Si entra infatti in uno spazio su cui troneggiano due ampi pannelli in legno (Magic Cabinet) su cui vengono proiettate immagini generate da un programma di IA, tramite un sistema sviluppato alla Cornell University nel 2019. I due pannelli riprendono volutamente le pale d’altare della tradizione cristiana, quasi a intendere il potere sacrale e trasformativo che oggi viene assegnato alla nuova religione virtuale. Dentro di essi, si alternano e sovrappongono in uno stile caleidoscopico immagini tratte dalla natura: foglie, pianeti, stelle e dalla cultura come le ricorrenti partiture musicali. Tale vortice espressivo fa riferimento poi ad uno dei luoghi simbolo della postmodernità: l’ufficio con tavoli, computer e poltrone, della stessa forma e modello su cui sono seduti i visitatori di fronte ai pannelli. Il gioco della corrispondenza tra reale e virtuale è poi completato dall’arredo della mostra, in cui si trova la stessa scrivania con computer rappresentata nel video. In modo altrettanto significativo nel video non sono raffigurate forme o volti umani, presenti solo come voce esterna di commento. A queste voci, con tonalità ora sussurrate ora più marcate, vengono affidate frasi di commento che richiamano ciò che si rischia di perdere in nome dell’efficienza che governa i nostri tempi. Questa assenza di volti umani è profezia di ciò che potrebbe accadere nella delega all’IA delle funzioni umane.
Per stimolare la riflessione dei visitatori al termine dell’installazione, si possono prendere tre cartoncini che da una parte richiamano i tre comandi dell’addestramento che danno il titolo all’esibizione e dall’altra parte contengono alcune domande stimolanti. Le domande sono ripartite in tre categorie: formazione, co-working, arte e IA. In relazione al primo tipo, l’autrice chiede al visitatore se conosce i dispositivi di uso comune che sono governati dall’IA e se soprattutto è a conoscenza dei meccanisti di funzionamento dei programmi che li governano. Nel secondo, chiede se si utilizzano nel proprio lavoro tali dispositivi, sapendo delle potenzialità e dei rischi che tale uso implica. In particolare, viene chiesto se si pensa di delegare in outsourcing lavori e attività che ora sono svolti in presenza, come per avvertire dell’impatto devastante che tali tecnologie possono avere sull’occupazione. Il terzo tipo di domande sembra essere apparentemente rivolto solo agli artisti. In realtà, chiedendo in che misura la concezione stessa della creatività può essere modificata dall’uso della IA nell’arte e se in definitiva in questo caso quale può essere ancora il senso della presenza umana in essa, si sta ponendo una questione centrale che attiene all’educazione in tutte le sue forme. In definitiva, si tratta di un percorso che nel coinvolgere i sensi del visitatore intende provocarne la riflessione, in vista di un agire consapevole che consenta di preservare la propria umanità, senza cadere nelle lusinghe di un uso incontrollato dell’IA.


