Il vangelo secondo Dario Fo
Dopo che Hans Urs von Balthasar ha utilizzato le categorie del teatrale nella sua monumentale Teodrammatica, uscita in cinque volumi nell’edizione italiana, per raccontare i misteri centrali della redenzione, non dovrebbe stupire la domanda che il teologo e burattinaio veneto Marco Campedelli si fa in apertura del suo ultimo libro: «E se Gesù avesse messo su una Compagnia? Una compagnia di che? Di teatro, si intende. “L’idea non è male”. Così rispose Fo alla mia domanda. E proprio immaginando questo scenario vorrei iniziare”». Così è l’incipit dell’agile e a tratti saggiamente provocatorio ultimo libro del teologo veneto, Il vangelo secondo Dario Fo. Mistero Buffo ma non troppo, (Claudiana, Torino 2021, pagine 144, euro 12,00).
Il testo ripercorre la vicenda artistica del premio nobel per la letteratura Dario Fo (1926-2016) nella sua produzione per così dire esplicitamente religiosa che si concentra nel Mistero Buffo scritto e rappresentato per la prima volta nel 1969 e nel Santo Jullàre Francesco del 1999. A più di cinquant’anni dalla pubblicazione di Mistero Buffo è ormai evidente che l’opera di Dario Fo non aveva intenti dissacratori, nonostante le polemiche che all’epoca e successivamente suscitò in ambienti ecclesiali, politici e televisivi con l’esclusione sistematica dopo le prime apparizioni dai canali RAI. È la sorte toccata a capolavori come la Dolce Vita o Le notti di Cabiria di Federico Fellini, inizialmente apprezzate solo da chi, come i gesuiti Nazareno Taddei, Virgilio Fantuzzi o Angelo Arpa, aveva saputo cogliere, all’interno di un linguaggio cinematografico innovativo, il desiderio di ridire la sostanza evangelica. Paradossalmente, il merito di Fo è stato quello di aver riproposto non tanto un nuovo linguaggio teatrale ma la fedeltà a una tradizione di forte intonazione evangelica e popolare, che fa parte del patrimonio culturale e religioso italiano ed europeo come è stato riconosciuto nelle motivazioni del premio Nobel (1997). E di questa parla il bel libro di Campedelli, ripercorrendo i passaggi fondamentali delle due opere citate.
Il principale merito di Fo, a giudizio di Campedelli, è di aver saputo riunire il contenuto e la forma del messaggio evangelico: «come se l’immaginario dell’evangelo non consentisse il riso di Gesù come uno dei pilastri della vita. Un messaggio che si chiamerà “evangelo” (εὐαγγελiοv), cioè letteralmente “buona novella” e che ha eliminato il riso, l’allegria». Ripercorrendo alcuni fondamentali episodi della vita di Gesù raccontati in Mistero Buffo, come il miracolo a Cana riletto nell’ottica un invitato ubriaco e di un angelo moralizzatore, per non parlare della risurrezione di Lazzaro o del dialogo tra il cieco e lo storpio sul senso del miracolo, fino alla ricostruzione del dolore indicibile della Madre sotto la croce, mirabilmente interpretato da Franca Rame, si può notare quella capacità di insegnare divertendo, che già Aristotele aveva descritto nella Poetica come fondamentale per una comunicazione efficace. È questo un esempio imitabile di quanto stiamo cercando in questi nostri tempi bisognosi di una nuova evangelizzazione capace, con il sorriso, di saper presentare il nucleo fondamentale del cristianesimo, senza orpelli e appesantimenti. È questo quello che si vede in particolare nella giullarata del Matto e la Morte, in cui vengono ripresentati i temi fondamentali della cena eucaristica. La scena è ambientata in una astorica ma simbolica taverna di Emmaus, in cui sta per consumarsi il sacrificio di Cristo. È qui che il matto cerca di allontanare, prendendola su di sé, la morte: «Non sapremo mai se il matto volesse almeno allontanare per un po’ la morte dal Nazareno, spostare seppur di poco le lancette dell’orologio di quel crudele destino per rompere almeno la rigida regola del proverbiale “era la sua ora”. Sappiamo per certo, che non dopo molto tempo lo spettacolo della croce, come scrive nel Vangelo, sarà manifesto a tutti. Un corpo nudo steso sul legno, con una corona di spine sulla testa. Chi sarà mai? Un matto o un poeta? Forse tutti e due». Opportunamente Campidelli ricorda la figura dell’Idiota di Dostoevskij come rilettura nobile, letterariamente parlando, di questa figura, senza dimenticare le lotte culturali partite da Franco Basaglia, per modificare atteggiamenti e pregiudizi relativamente alle figure che, non a caso, Gesù prediligeva: i poveri, gli emarginati, le prostitute, i peccatori. In questa linea, si iscrive anche la sferzante e tragicomica vena di condanna del potere nelle sue forme ecclesiali o politiche, come si vede nei pezzi dedicati a Bonifacio VIII o a Innocenzo III, nella ricostruzione della vita del poverello di Assisi. È un tema che è presente sia nella tradizione profetica sia nei vangeli, poi consacrato in Dante e ancora in Dostoevskij nella Leggenda del grande inquisitore. La forza di Fo è stata quella di saperlo riattualizzare con esempi e contesti contemporanei, per far sì che il nucleo di quella critica potesse arrivare anche a interrogare gli uomini del nostro tempo.


