Il sensibile e l’inatteso di Pierangelo Sequeri recensione

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Dall’Osservatore romano del 4/02/2020

L’ultimo lavoro del teologo milanese Pierangelo Sequeri, ora direttore del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, Il sensibile e l’inatteso. Lezioni di estetica teologica (Brescia, Queriniana, 2016), rappresenta un importante contributo per il ripensamento e il rinnovamento della teologia auspicati da Papa Francesco in Veritatis gaudium. La complessità e la ricchezza del pensiero del noto teologo milanese si inserisce nel suo pluriennale percorso di ricerca, volto a riannodare teologicamente la relazione tra il lògos e il pàthos, la ragione e i sentimenti che per troppo tempo sono cresciuti in modo parallelo e asimmetrico. L’estetica teologica per Sequeri non è primariamente da intendere come una riflessione sull’arte sacra. Più ampiamente, si tratta di recuperare la dimensione affettiva, estetica in senso percettivo, come costitutiva del sapere teologico, per evitare le derive razionaliste o irrazionali cui conduce una mancata integrazione tra la ragione e gli affetti, che hanno la loro sede nella sensibilità. Se negli ultimi secoli la teologia ha inseguito soprattutto «l’istanza illuminista della ragione, accettandone — pur nell’opposizione alla sua inclinazione immanentistica e naturalista — il piano di argomentazione, ora non può più evitare un confronto altrettanto serrato con la questione romantica», portatrice delle ragioni degli affetti e della sensibilità. Questo confronto è particolarmente urgente nella nostra epoca, che vede il trionfo culturale della percezione come denuncia lucidamente Sequeri: «L’estetizzazione odierna del mondo appare in prima istanza come un trionfo dell’esse est percipi: esistere significa l’essere percepito, e si risolve nell’insieme delle sensazioni e dei sentimenti che ci colpiscono».

Nel nostro mondo, l’eccedenza delle immagini rischia di anestetizzare l’insorgere del pensiero. Per questo, occorre recuperare un luogo fenomenologico e teologico che consenta di riscoprire il fondamento della dimensione estetica senza mortificare quella razionale. Riprendendo la lezione di von Balthasar, Sequeri argomenta per una resurrezione teologica dell’estetico capace di non rimanere imbrigliata nelle maglie della finitezza e, nel contempo, che sappia mostrare una sensibilità secondo lo Spirito. La carne come luogo dell’umanità e lo Spirito come presenza del divino nella storia non sono opposti e irriducibili l’uno all’altro. La loro armonica unione è il luogo fenomenologico in cui poter pensare «l’irriducibile spessore etico-affettivo dell’essere-personale». Per raggiungere questo recupero, occorre riappropriarsi di una riflessione sulle forze che reggono la vita, che una certa teologia ha relegato alle scienze della natura, impoverendole.

Nella tradizione cristiana, lo Spirito è sempre stato inteso proprio come una forza che anima la vita in tutte le sue forme. Accanto a questo, il secondo momento dell’itinerario delineato consiste nel recupero della dimensione della intersoggettività della coscienza, così come autori del calibro di Lévinas l’hanno descritta. Per superare il fondamento anaffettivo del legame tra lo spirito e la carne, il lògos e l’affetto, occorre ripensare fenomenologicamente il «luogo-non luogo della nascita (…) un tema non molto approfondito dalla teologia: frequentemente toccato, subito abbandonato». Solo nella relazione del sapersi voluto e amato nella generazione, il piccolo che entra nel mondo può sviluppare una piena coscienza di sé, per poi vivere con pienezza e in libertà i propri affetti. La generazione è un effetto senza causa, nel senso che è portatrice di una misteriosa e originaria germinazione dell’affettivo come del noetico. Il compito di ripensare in profondità questa relazione per la teologia non dovrebbe risultare particolarmente difficile, in considerazione del fatto che già il Simbolo niceno pone sotto questo prefisso, il Figlio rispetto al Padre nell’affermare che il primo è stato «generato non creato». Questo tema, comparso fin dall’inizio della storia della spiritualità cristiana, con il suo prezioso corollario del ruolo di mediazione umano divina del Cristo nella creazione stessa dell’uomo e del mondo, è andato progressivamente smarrito, a favore di una teologia più asettica delle processioni intratrinitarie e della progressiva estraneità tra Cristo e la creazione.

Va invece recuperata e valorizzata l’intuizione del concilio niceno, che ci indica nella generazione la relazione sorgiva del rapporto tra il Padre e il Figlio, toccando così uno snodo centrale dell’identità del Dio trinitario, in cui «dare-vita è il senso più radicale di essere vita; l’affezione in atto che vi corrisponde è il fondamento intrascendibile di ogni giustizia possibile dell’essere». Nella Trinità si trova così all’opera quella matrice generativa, che nel simbolo e nell’immagine si trova riproposta nella generazione umana, che assume così un valore insperato.

Se è vero infatti che la generazione da parte di Dio dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza precede la generazione dell’uomo attraverso il diventare una carne sola, è però altrettanto vero che: «La struttura della “generazione” mostra chiaramente di contenere la potenza inclusiva di un principio (anzi del principio) radicale del dare la vita, nel modo personale del voler bene, che abbraccia circolarmente livelli di effettività profondamente distinti, eppure legati alla partecipazione del suo eterno archetipo: che è la generazione del Figlio».

di Marco Tibaldi