Chi è buono?

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Photo:Skrlep/Petelinsek/2016

Nel vangelo di questa domenica Gesù incontra un tale – Matteo dice che era un giovane (Mt 19,20) Marco lascia più sfumata l’identificazione perché forse tutti ci si possano riconoscere – che ha delle difficoltà a vivere il quarto comandamento: onora tuo padre e tua madre. Questo tale infatti fin dalla sua giovinezza osserva i comandamenti, quindi verosimilmente è dai genitori che li ha ricevuti in dono con la vita biologica. È in questo contesto che ha maturato anche quella bontà che sa riconoscere o che crede di riconoscere anche in Gesù, tanto da chiamarlo con l’aggettivo di buono (Mc 10,17).

Gesù però vuol portare l’esperienza famigliare di questo giovane al suo compimento. Non a caso, nel presentargli i comandamenti viene invertito l’ordine tradizionale proprio in relazione al comandamento che riguarda i genitori, come per sottolineare che in quello c’è un problema. Gesù sembra suggerire il fatto che, in questo ‘tale’, c’è ancora confusione tra la bontà degli insegnamenti ricevuti in casa, la bontà che ora vede in Gesù e la ricerca della vita eterna, ovvero la ricerca della bontà che non si consuma.

Per fare chiarezza e poter così mettere ogni elemento al suo posto, per dare cioè a ogni elemento il suo giusto peso (onorare), Gesù lo invita a considerare che solo Dio è buono (Mc 10,18), recuperando così il primo comandamento omesso nella citazione evangelica del decalogo, che lui lo ama dello stesso amore del Padre celeste (Mc 10,21) e che, per scoprire e vivere tutto questo egli come Abramo e come l’uomo genesiaco, deve lasciare i suoi beni, ricevuti dalla famiglia, la casa di suo padre e seguirlo (Mc 10,21). Solo così scoprirà che le sue origini, i genitori, non sono l’origine e che solo accogliendo l’origine si possono vedere e collocare nella giusta prospettiva tutti coloro che sono stati mediatori della vita divina, ma che non si identificano con essa. Altrimenti si proietterà inevitabilmente su Dio gli aspetti positivi e negativi dei genitori terreni, incorrendo nell’equivoco di imbrigliare Dio entro le strette maglie della nostra esperienza.