Come fare un’azione perfetta

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Tutti cerchiamo di fare bene le cose che facciamo: sia nel lavoro, sia nell’attività pastorale o nel tempo libero. Quando ci riusciamo, raramente, ci diciamo che siamo bravi e quando non ci riusciamo ci scusiamo con noi stessi o con gli altri con varie motivazioni. Al di là perciò del risultato esteriore, c’è un criterio per decidere della bontà delle nostre azioni che ci viene svelato proprio nel vangelo di questa domenica, dedicato al celebre incontro tra Gesù e le due sorelle Marta e Maria (Lc 10, 38-42). Quando vogliamo o pensiamo che gli altri si debbano comportare come noi e se non lo fanno ci arrabbiamo, c’è qualcosa che non va. Sopratutto se stiamo parlando di azioni ‘buone’, perché su quelle ‘cattive’ non c’è nulla da discutere: vanno evitate e basta. Nel nostro brano Maria serve Gesù in molti modi, ma è stizzita perché Gesù non rimprovera la sorella che non lo sta servendo come lei pensa che si dovrebbe fare: “ Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti” (Lc 10,41). Quello di Maria è un servizio che ai suoi occhi sembra monco. Se anche la sorella non lo fa, e sottinteso anche Gesù che deve dirglielo, il servizio non basta a se stesso, non ha raggiunto il suo vero scopo: che gli altri facciano come dico io…

Gesù non condanna l’attività o il servizio, basti pensare alla necessità di farsi prossimo sull’esempio del samaritano (Lc 10, 29-37), ma ci vuole al contrario istruire sul modo perfetto di agire: far sì che l’azione nasca dalla contemplazione come direbbe sant’Ignazio, ovvero dal gustare la sua parola, e la sua presenza come fa Marta seduta ai piedi di Gesù. Non è una donna pigra, come dimostra l’unzione che farà con il balsamo prezioso all’inizio della passione. È una donna che ha messo a tacere la voce dell’affanno, che la sorella cerca di tacitare attraverso un’attività frenetica: “Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose” (Lc 10, 41). L’unica cosa di cui c’è bisogno è l’ascolto, da cui nasce il discernimento. Dall’ascolto capiamo ogni volta che non siamo noi i salvatori del mondo, che è già stato salvato dall’unico Maestro e che quello che facciamo, per sua grazia, ha già in sé la sua ricompensa, anche se gli altri non lo fanno.