C’è posto per tutti

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Nel vangelo di questa domenica si parla della missione dei settantadue discepoli che Gesù invia nel mondo come agnelli in mezzo ai lupi (Lc 10,3). Tra questi ci siamo anche noi. Accanto agli apostoli e i loro successori, i vescovi, ci sono i settantadue che condividono la loro stessa missione: portare a tutti l’annuncio della buona notizia. Le esigenze per portare a termine questa missione sembrano sempre eccessive, sproporzionate alle nostre deboli forze, “non portate né borsa né sacca, né sandali, non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Loc 10, 4). E allora accampiamo le solite scuse: non è un ‘attività per i laici, questa è la missione riservata ai pochi eletti che possono o riescono ad abbandonare tutto per seguirlo in pienezza, ma noi come facciamo, con il lavoro, le bollette da pagare, la macchina da cambiare, i figli, la scuola, i genitori da accudire, gli anni che passano, la salute che comincia ad andarsene… Eppure Gesù conosce bene tutto questo perché anche lui ha fatto una vita ordinaria per la maggior parte della sua esistenza. E lui stesso non si accontenta degli apostoli, né dei discepoli che ha già, ma dice che occorre trovarne degli altri, “stanarne” traduce Fausti: “Supplicate dunque il Signore della messe che stani operai per la sua messe” (Lc 10,2) Cosa vuol dire allora questo invito così pressante fatto da Lui che non ci chiede mai cose superiori alle nostre forze?

Vuol dire una cosa che, a ben pensarci, conosciamo bene e i laici forse in modo tutto speciale. Quando c’è un’urgenza vera, legata alla salute nostra o dei figli, al lavoro, a qualcosa che riteniamo decisivo tutto va in secondo piano, non si contano più né i soldi né il tempo né la fatica che c’è da mettere in contro, perché l’obiettivo da raggiungere è troppo importante. A questo ci richiama Gesù: non considerare l’annuncio della pace, del suo regno, della buona notizia, come una realtà accessoria, una sorta di ciliegina sulla torta che se c’è è meglio, ma di cui se ne può fare anche a meno. L’annuncio e la fede che vuol far scaturire è una questione di vita o di morte, che richiede una concentrazione proporzionata all’oggetto, al punto che “chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10,16).