Getta la maschera

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In questa domenica Gesù ci dà un importante insegnamento sul puro e sull’impuro. Sappiamo che questa distinzione è uno dei cardini della spiritualità ebraica e degli insegnamenti della legge di Mosè, la Torah. Nata per rendere concreto e quotidiano il rapporto con Dio, per far sì che la fede non resti confinata solo nelle intenzioni ma si manifesti anche e sopratutto nei fatti si era trasformata in una pericolosa arma per dare la scalata al cielo. In questo modo ci si allontana da Dio anziché avvicinarsi ad esso: “invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” dice Gesù ai farisei che lo interrogavano sul perché i suoi discepoli non osservavano tutte le prescrizioni rituali. Gesù li definisce ipocriti, un termine inusuale che letteralmente significa ‘attore’, qui inteso in senso negativo. Come mai?

L’attore veste i panni di chi lui non è, interpreta un personaggio che non coincide con la sua identità, è un ‘doppio’. Da un punto di vista antropologico, questo fenomeno è prima di tutto un vantaggio, perché mi consente di sperimentare cose vissute da altri. “Tu sei quell’uomo” dice Natan a Davide che si era identificato nella vicenda che il profeta gli aveva narrato per stanare il suo peccato con Betzabea. L’identificazione, il recitare, l’entrare nei panni di un altro è ambivalente come tutti i fenomeni umani. Può essere utile per raggiungere la verità come nel caso di Davide o può diventare lo strumento per mentire, come nel caso denunciato da Gesù nel vangelo di questa domenica. In cosa consiste la menzogna? Non è tanto una menzogna ‘soggettiva’, il dire una bugia per un tornaconto personale, quanto una menzogna ‘oggettiva’ un trovarsi in una situazione non vera che impedisce di scoprire come stanno le cose. Di cosa si tratta? Del fatto che la fede e il rapporto con Dio non è una conquista, non la si può comprare nemmeno con le opere buone, perché si basa sul dono, sulla gratuità.

Da ciò consegue un secondo aspetto: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (Mc 7,14). Se tutto mi è stato donato non significa che possa fare tutto ciò che voglio, perché non tutto mi aiuta a custodire e gustare il dono ricevuto. Il criterio per decidere questo viene prima di tutto dall’intenzione del cuore, dalla coscienza, da ciò che mi muove a fare ciò che faccio: voglio compiacere Dio per conquistarmi il suo amore e la sua protezione, o intendo corrispondere al suo amore gratuito con altrettanta gratuità? Anche san Paolo ricorda che si può dare anche la propria vita, esternamente, ma se ciò è fatto senza amore non serve a nulla (1Cor 13).

Dopo aver ricordato il principio “Ascoltatemi tutti e comprendete…” Gesù, esperto conoscitore del cuore umano, dà anche delle indicazioni precise su ciò da cui ci si deve guardare, per evitare che il richiamo all’interiorità generi l’illusione di poter determinare da soli ciò che è bene e ciò che è male: “e diceva: ‘Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i proposito di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo’” (Mc 7,20-21).