L’abito fa il monaco

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Nel vangelo di questa domenica troviamo un ribaltamento del celebre proverbio “l’abito non fa il monaco”. Nel nostro caso è vero esattamente il contrario, “cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. Come mai risplende in quel modo? Per capirlo dobbiamo vedere cosa rappresenta la veste.

Nell’immaginario simbolico, il vestito ha a che fare con lo scorrere del tempo. Per fare una veste occorre tessere, e per tessere occorre spostare ritmicamente la spola. È un simbolo del divenire, dello scorrere del tempo come ricordano anche una serie di termini ad essa collegati come ordire una trama, dipanare il filo del discorso e simili.

Tessere è anche segno della croce perché per fare una veste occorre connettere i fili in verticale con quelli in orizzontale… Mai come in Gesù la veste è segno della storia di chi la porta.

La veste di Gesù si illumina perché Gesù ha capito il senso della sua vita e della prossima durissima missione che lo attende a Gerusalemme. Gesù è disposto a morire per i suoi amici. Tutto in lui è messo a disposizione di questa scelta al punto che anche il vestito lo riflette Ha capito il senso della sua vita dialogando con Mosè ed Elia. Cosa si saranno detti? Gesù è in una fase molto delicata della sua vita: sa che presto dovrà morire e questo non fa piacere a nessuno, nemmeno a lui. Che razza di Messia salvatore è uno che deve morire? Non è un assurdo? Non è una tentazione del nemico piuttosto che volontà del Padre? Mosè ed Elia lo hanno aiutato a capire l’enigma. Entrambi sono passati per un’esperienza simile a quella che Gesù dovrà affrontare: accettare una situazione che si presenta paradossale e inutile e lì trovare Dio e la salvezza. Mosè entrando di notte in un mare buio e minaccioso, Elia accettando di essere nutrito dai corvi durante la siccità scatenata dall’idolatria del re Acab. Il loro racconto scalda il cuore di Gesù, la luce lo inonda, ora vede con chiarezza la trama e l’ordito della sua vita. Anche il Padre interviene e ci rassicura “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo”