Le resistenze al cambiamento

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Nel vangelo di questa domenica Gesù si reca a Nazareth nel luogo dove è cresciuto. E qui si scontra con le difficoltà delle precomprensioni di coloro che lo conoscono fin da piccolo. Tutti sono colpiti dal suo insegnamento “ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: ‘Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data’” (Mc 6,2). Non riescono a capacitarsi del cambiamento.

Chi ci conosce tende a inquadrarci dentro uno schema, e così facciamo anche noi con gli altri. Non è cattiveria o superficialità, ma un modo economico per gestire le relazioni. Tutti cerchiamo la stabilità e ci rassicura sapere come sono fatti gli altri: sapere su chi poter contare e su chi no. Però questo modo di fare imprigiona le persone in gabbie che impediscono di cogliere i cambiamenti. È quello che è successo con Gesù che stupisce per la novità delle cose che dice e che fa ma genera anche resistenza perché per accogliere il nuovo occorre cambiare il proprio modo di vedere e mettere in discussione gli stereotipi con cui lo si è inquadrato fino ad ora: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui tra noi?” (Mc 6,3) C’è una punta di fastidio in queste frasi come se dicessero: ma perché sei cambiato, ormai ti avevamo già incasellato dentro una definizione e ora ci costringi a ricominciare tutto da capo!

Ma c’è di più perché il vangelo dice che questi cambiamenti “erano per loro motivo di scandalo” (Mc 6,3). Come mai? Cosa c’è di scandaloso nel modo di fare di Gesù?

Per capirlo ci viene in aiuto il racconto di Luca che ha narrato il discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret. In questo discorso, Gesù condensa il senso della sua missione: l’annuncio della buona notizia e l’inizio del regno.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che c’è un’alternativa per chi si sente povero e fallito, che c’è modo di vincere le schiavitù che legano e impediscono di vivere in pienezza, che ora c’è modo di vedere come stanno le cose e non essere più ciechi, che chiunque si sente oppresso ha l’opportunità di scrollarsela di dosso per entrare da protagonista nella vita ed, infine, che Dio vuole tutto questo molto più di noi e ce lo vuole dare gratis (Lc 4,16-19). Per rinforzare la parole Gesù aveva posto dei segni, dei miracoli, come guarire un cieco per far capire che tutti ora possono vedere come stanno le cose, liberare un malato da un male inguaribile per far capire la libertà che è venuto a restituire agli uomini. Questi prodigi sono però dei segni, dei cartelli stradali, delle frecce che indicano il vero bersaglio: il cuore dell’uomo, la sua interiorità la sede delle decisioni. È lì che si compie la vera battaglia, perché è il motore segreto di tutto ciò che facciamo, desideriamo, sentiamo. È il cuore che Gesù

vuole guarire perché è il cuore, che non si vede, il centro vero di tutto. Ma questo discorso scandalizza, fa arrabbiare, perché noi come i nazaretani vogliamo vedere una salvezza applicata all’esterno a ciò che si può toccare immediatamente. E soprattutto fa arrabbiare il fatto che Gesù ha fatto vedere questi segni. I nazaretani non li vogliono prendere per quello che sono: rimando a qualcosa d’altro, ma averli come possesso, come talismano da utilizzare a piacimento, senza dover mettere in discussione il proprio cuore la propria interiorità. Gesù si rifiuta, non sta al loro gioco e questo genera scandalo e alla fine impedisce anche a Gesù di compiere i ‘prodigi’ che come sappiamo funzionano non ‘magicamente ‘ ma solo se il cuore è coinvolto. Non senza una certa amarezza anche Gesù “si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,6)