In vino veritas

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Un antico proverbio dice che nel vino c’è verità. Lì si intende il fatto che dopo uno o più bicchieri si abbassano un po’ le difese, calano le maschere ed emerge la verità di quello che si è. Il detto antico ci serve per introdurci al significato del vangelo della quinta domenica di Pasqua, in cui si parla di viti, di vino e di agricoltori: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore” (Gv 15,1) dice Gesù. Presentandosi come vite vera evoca per contrasto la presenza di una falsa vite. La vite e il suo frutto prelibato possono essere segno di due realtà opposte tra loro. Con il vino ci si può ubriacare per stordirsi, per non pensare, per perdere la propria identità, oppure, al contrario, si può ritrovare in esso la propria verità: quale?

Per capirlo dobbiamo accostarci al significato simbolico del vino. Come dice l’antropologo francese Gilbert Durand: “il vino ‘fiorisce’ proprio come la vite, è un vivente di cui il vignaiolo è responsabile e guardiano… il vino è simbolo della vita nascosta, della giovinezza trionfante e segreta. E’ con ciò, e per il suo colore, una riabilitazione tecnologica del sangue. Il sangue ricreato dal torchio è il segno di un’immensa vittoria sulla fuga anemica del tempo” (Le strutture antropologiche dell’immaginario 1972, 261).

Il vino è segno della vita, con il suo richiamo al sangue addirittura della vittoria sulla morte: come mai?

Perchè il vino bevuto nella verità non si beve da soli, ma sempre in compagnia. Il vino è la celebrazione dell’amicizia, dello stare tra amici, della condivisione che può condurre anche al sacrificio: di cosa non è capace un amico vero nel momento del bisogno?

Per questo, Gesù si è descritto come una vite e ha legato la sua amicizia e la sua disponibilità al calice colmo, al prezzo di essere scambiato per “un mangione e un beone”. Intrattenersi e “parlare agli uomini come ad amici” (Dei verbum 2), ridendo e scherzando con loro è per molti fonte di fraintendimento, mentre per altri è il vero cuore della buona notizia, del Vangelo. Gesù e il Padre non sono due musoni interessati funzionalmente ad aggiungere collaboratori per la loro opera, ma amici in cerca di nuove comitive con cui condividere la gioia di bere un buon bicchiere assieme. Rimanere in questa apparente inutile comunione genera molto frutto, chi la rifiuta, in nome magari di un doveroso impegno, si smarrisce, prima o poi inaridisce, “viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Gv 15,6). Rimanere e gustare la comunione con l’amico apre il cuore di entrambi e allora nulla è più impossibile: “se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto” (Gv 15,7).