Le tempeste del cuore

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A commento del brano del vangelo di oggi, vi propongo alcune riflessioni di Daniela tratte dalle sue catechesi

Non si può comprendere il brano della tempesta sedata senza aver presente la predicazione che è avvenuta di giorno, perché è di giorno che le cose avvengono, ed è di notte che si depositano, vanno a fondo. Ci troviamo dopo una serie di parabole sulla dinamica del seme: il seme va a fondo nella terra, per questo produce frutto, il seme rimasto in superficie non ha radici e non dà frutto; per dare qualcosa di nuovo, per essere fecondi bisogna andare a fondo. I discepoli ascoltano la parola di Gesù ma ancora non hanno capito, ancora non comprendono che Gesù sta parlando di se stesso, e in certa misura anche di loro. E’ Lui il seme che deve essere immerso nella terra, e proprio in questa immersione, in questo andare al fondo della propria vicenda, ne scaturirà vita nuova.

E’ questa l’esperienza che si rivive nel battesimo, immergersi nelle acque che rappresentano tutte le proprie paure, invocando il nome di Cristo. E’ l’esperienza che ha vissuto Gesù, e che viene riproposta a chi desidera farsi cristiano, rivivere l’immersione in tutte le proprie paure nel nome di Gesù, con la fiducia di essere da Lui liberato.

– Questo brano è un’esercitazione battesimale per il catecumeno, per noi: affronta il tema centrale della paura. Viviamo la nostra vita all’insegna del desiderio di vita, di pienezza, di realizzazione delle nostre aspirazioni, ma soprattutto oggi questo mondo che consegniamo ai giovani è all’insegna della frustrazione dei desideri, è all’insegna della paura. La paura è il contrario del desiderio, come il desiderio ci dà la carica, ci riempie di energia positiva alla ricerca della sua realizzazione, la paura è ciò che ci blocca, ci frustra, ci inibisce, ci impedisce di vivere la realizzazione dei nostri desideri. Più forte è il desiderio di qualcosa che ci manca, trovare il giusto lavoro, una persona da amare davvero, delle relazioni che ci soddisfino, più forte saremo attaccati dalle paure che questo non possa avvenire, che non ce la potremo fare. Viviamo nell’altalena di questa dinamica, tra desiderio e paura. Ma seguiamo Gesù, per imparare da Lui a vivere di fronte alle nostre paure.

– fattasi sera… la sera è anche un fatto interiore, mettersi nei panni dei discepoli che hanno ascoltato il Maestro proclamare con forza la Parola, ma che non ne sono venuti a capo, non l’hanno interiorizzata, la Parola non ha messo radici ma è rimasta in superficie, ed essi si trovano nelle tenebre. Hanno con loro il Maestro, ma ignorano ancora il cuore del suo insegnamento, e allora nel loro cuore è la notte, si è fatto buio, la tenebra esteriore corrisponde alle tenebre di cui fanno esperienza nel proprio cuore. Essere nelle tenebre è essere in una situazione di morte. Passare aldilà è passare un guado, entrare dentro la situazione che mi fa problema: l’apparente inerzia, inefficacia di Gesù.

prendono lui com’era… chi c’è con loro nella barca? C’è Gesù. L’importante non è che sei nella notte, ma chi c’è con te quando sei nella notte. In compagnia di Gesù si può attraversare la notte, le tenebre, perché è Lui il faro che guida al di là del buio. Lo prendono com’era: com’era Gesù? Stremato dalla fatica di una giornata in cui è entrato in relazione con tutti, lo caricano in fretta, bisogna fare presto perché la rapidità è decisiva per salvarsi dalla tempesta imminente. Nella barca che è la prima comunità cristiana, si può stare in relazione perché al centro c’è Gesù

venne un turbine… si riempiva: nella notte si scatenano le forze della natura contro la barca, senza luce è lo scatenarsi degli elementi, quando siamo nel turbine ci sentiamo travolgere. Una barca piena non può stare a galla, è la sensazione di non farcela più, di sentirsi andare a fondo, morire. Se prima i racconti della giornata avevano riguardato il seme caduto nella terra per morire, e da lì dare frutto, ora il sentirsi morire è un’esperienza viva, incarnata nella pelle degli apostoli!

– lui era a poppa, dormendo… C’è Gesù nella barca, ma non sembra che abbia tempo né interesse per quello che capita: ne va anche della vita, ma Lui dorme e sembra che non se ne dia pensiero. Questa è l’esperienza che noi facciamo quando siamo in situazioni da paura: ci sentiamo male da morire, e Gesù che dovrebbe essere l’amico non solo non si occupa di noi, ma anche sembra proprio che abbia ben altro da fare! Dov’è Gesù quando io sto male? Non c’è, non si sente. Dorme! La paura ci fa paura perché ci sentiamo da soli a viverla, perché quando mi trovo davanti alle grandi acque della mia esistenza, una crisi, un fallimento, un esame andato male, un lavoro non andato in porto, un’amicizia che si rompe, una persona amata che mi tradisce, allora mi sento completamente solo. Dov’è Gesù che si era proclamato l’Amico della mia esistenza? Non c’è, non risponde, dorme… tanti salmi invocano Dio dicendo: O tu, perché dormi?… perché l’esperienza umana è questa; che Dio non c’è, e, se c’è, dorme, non risponde ai miei bisogni!

e lo svegliano… maestro, non ti curi?.. Quando si dà spazio alla paura, essa si prende tutto, fa dimenticare tutte le volte in cui il Signore si è preso cura di loro, obnubila la memoria. Il problema degli apostoli, e anche il mio, è che essi non sanno cosa farsene di un maestro così. Hanno una propria idea di come Egli deve essere: uno attivo, efficace! Vogliono insegnare a Gesù come si fa a fare il maestro, e lo rimproverano per il suo immobilismo. Gesù dorme perché sa che c’è Qualcuno più forte di ogni paura, che non lo abbandonerà nel sepolcro; il suo sonno non è cattiva volontà, piuttosto è quello di chi lascia che Dio agisca, e si abbandona confidente nel suo abbraccio.

E, risvegliatosi, sgridò… Quando sei nelle tenebre e nella tempesta, puoi invocare la voce di Gesù, è questa la Buona Notizia di questo brano, perché non è vero che non si prende cura. Gesù si leva dal sonno e la sua voce è autorevole, sgrida gli elementi che fanno paura, è più forte di tutte le nostre paure e può spazzarle via in un soffio. La sua voce potente è l’unica che può generare vita (Gen 1) dove noi vediamo solo buio e morte, Lui solo può trasformare la debolezza in forza, da una situazione di morte trarre vita nuova. Il Signore dona la sua salvezza, sa che abbiamo bisogno di segni per avere fede e non si tira indietro, non è avaro, non fa ricatti: sa di che pasta siamo fatti noi, come i suoi discepoli, per avere fede abbiamo bisogno di segni, vederLo all’opera nella nostra vita. Quando sei nella malattia, nel pericolo, in una situazione di angoscia, pare dirci il Vangelo di Marco, grida forte il nome del Signore, perché non dorme, non prende sonno il custode di Israele, è Lui che ti trae in salvo, ti salva con la propria debolezza, col proprio sonno che poi sarà la morte, ma da essa si risveglia! Grida forte e sperimenterai che Lui c’è, ti appoggia, ti sostiene, ti toglie quella paura che ti fa stare così male, ti fa intravedere una strada nuova. Una guarigione, una nuova amicizia, una possibilità di lavoro, una vita inattesa, una tempesta che non c’è più, una intuizione su come portare avanti le tue scelte. Il Signore si manifesta attraverso la pace interiore, quando lasciamo a Lui le redini tutto si calma, è più forte di tutte le paure, dove c’è Lui esse non hanno più spazio. A chi voglio dare fiducia? Al Signore o alle mie paure?

– E disse loro: ‘Perchè siete così paurosi… E’ una esercitazione battesimale rivolta ai catecumeni, che siamo noi, che sono tutti coloro che sono disponibili ad entrare in relazione con Cristo, a vivere una vita da cristiani. C’è una barca che galleggia sul mare che è l’esistenza umana, e che si trova a far fronte alle tempeste, ai flutti, ai turbini che si abbattono sul nostro esistere nel mondo. Nella barca non sei da solo perché insieme a te c’è il Signore, cioè Colui che ha la signoria sugli eventi, che non è in balia di essi come un turbine burrascoso, come spesso siamo noi. Sulla barca ci sono i Dodici, che è tutta la comunità dei credenti, e c’è Gesù che non li abbandona al buio, in mezzo alla tempesta, anzi siede in mezzo a loro. Ci sono due modi per stare sulla barca e vivere nella tempesta: c’è il modo degli apostoli, che si agitano, si affannano e credono di non farcela più, e c’è il modo di Gesù, che riposa.

Di fronte alle tempeste della vita umana, quale è la soluzione che offre Gesù? Riposare, confidare, rimettere tutto nelle braccia di chi è ancor più grande di Lui, di chi è la sua Origine. C’è il pericolo, c’è la paura, c’è il male perché la paura fa stare male, e lui riposa. Noi pensiamo che la grande soluzione al male che riempie l’esistenza umana, al male che fa soffrire e che con la sua tenebra avvolge l’umanità, la soluzione sia fare delle cose, darsi da fare, agitarsi, come fanno gli apostoli. Come se tutto dipendesse da noi, come se è attraverso la nostra agitazione che qualcosa possa cambiare. Il Signore non fa niente di tutto questo, riposa, il suo riposo è quello del seme, è quello che vivrà abbandonando la propria vita al sepolcro, ma è in questo riposo confidente e fiducioso che

tutti veniamo salvati, non è dal nostro agitarsi inutile ma dal fare l’unica cosa utile, e cioè affidare la propria vita completamente al Signore.