Per non rassegnarsi all’infelicità

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L’incontro tra Gesù e il cieco di Gerico (Mc 10,46-52) mette a tema la difficoltà di non lasciar spegnere il desiderio di cambiamento che si sente dentro di sé, il desiderio cioè di non censurare il proprio grido.

Ci sono infatti delle voci interiori ed esteriori che cercano di mettere a tacere quel grido. Dietro ad esse si celano una serie di pregiudizi nei confronti di Dio e di Gesù su cui la Scrittura ci invita a riflettere. Vediamone alcuni.

Il primo motivo per soffocare il grido è credere che esso vada contro la volontà di Dio, che cioè Dio voglia positivamente la sofferenza dell’uomo, che alcuni li abbia destinati alla felicità, altri invece no. La Bibbia, invece, afferma che Dio è «amante della vita»(Sap 11,26) e la morte e il dolore non sono una sua invenzione (Sap 1,13-14). Per questo Gesù li combatte in ogni modo fino a trasformarli in un’occasione di amore.

Il secondo motivo che blocca il grido è pensare che non si è degni di meritare la guarigione, che Dio guarisce solo i ‘buoni’ o coloro che intendono ricambiare il suo gesto. In questo caso però, come anche negli altri, Gesù non ha chiesto nulla in cambio, solo si è premurato di scoprire il desiderio reale del suo interlocutore.

Il terzo motivo è ritenere di doversi rivolgere a Gesù o a Dio solo in un ‘certo’ modo, per cui il modo sgraziato del grido non va bene, è da maleducati. Eppure Dio aveva ascoltato il grido del suo popolo che saliva a lui (Es 2,23-24), mentre gli ebrei erano schiavi in Egitto; e così fa Gesù che non critica il modo di rivolgersi a lui. Egli stesso, nel momento culminante della sua passione, grida al Padre (Mt 27, 46). Per la Bibbia non c’è dunque un modo giusto o sbagliato di rivolgersi a Dio.

Il quarto motivo è pensare che Gesù si debba occupare prima degli altri dei più bisognosi. In realtà dietro a questa motivazione, per il testo biblico, può celarsi una sottile ma tenace vena di orgoglio che, come per Naaman, non vuole accettare la gratuità della salvezza.

Il quinto motivo è ritenere che le nostre cose, i nostri bisogni sono poco importanti, che Dio si interessa solo alle questioni esistenziali alle grandi domande e non ad esempio al lavoro, agli affetti, agli amici, al tempo libero…

Queste voci sono impersonate dai discepoli o dalla folla che accompagnano Gesù, voci che non spengono il grido del cieco che vuole ammaestrare anche il nostro desiderio di vita e di pienezza, invitandoci a non rassegnarci a non tenere chiuse le nostre labbra ma a manifestargli i nostri bisogni.