La festa del perdono

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Nel vangelo di questa domenica troviamo un padre e due figli. Il figlio minore dopo essersi allontanato arrogantemente sperpera tutto e si ritrova da solo a pascolare i porci e ad invidiare le carrube mangiate dai maiali che, nel contesto ebraico, significa l’abominio, ovvero nutrire e far crescere ciò che è considerato immondo. Credendo di trovare la libertà allontanandosi dal Padre ha invece trovato la peggiore schiavitù, quella da se stessi. La fame e la situazione di miseria in cui si è venuto a trovare lo fanno rinsavire: «allora rientrò in se stesso» (v.17), non è ancora la conversione ma un primo rinsavimento generato dalla fame.

Il figlio minore, decide di ritornare dal Padre poiché vede la differenza tra quanto c’è “qui” e quanto c’è “nella casa del Padre”. Da qui comincia il suo ritorno. Questa fase però è particolarmente delicata: Il figlio, infatti, comincia a risvegliarsi e a «rientrare in sé», al pensiero di quanto accadeva nella casa del Padre, però è ancora lui il èrotagonista della sua conversione e rischia di punirsi in modo esagerato riducendosi da filgio a servo. Per fortuna il padre non ragiona come lui: «quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso (esplachniste) gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (v.20). Il suo atteggimaneto è descritto con un’espressione molto forte indicata dal verbo commuoversi, che letteralmente indica il movimento dei visceri, l’attaccamento uterino della madre.

All’opposto troviamo l’atteggimento del figlio maggiore che si considera giusto e non vuol far festa per il ritorno del fratello. Il padre, così come ha accolto il primo, esce di nuovo per convincere anche il secondo, come a dirci che in qualunque situazione ci veniamo a trovare, lui sempre ci viene a cercare per accoglierci e per far festa con noi.